I rischi dell’antropomorfismo

I rischi dell’antropomorfismo
18 Gennaio 2013

L’amore che nutriamo nei confronti dei nostri cani, la costante interazione e la forte sintonia che creiamo con loro ci inducono, molto spesso, ad attribuire caratteristiche e qualità umane a determinati loro comportamenti, deformando il loro linguaggio dal nostro punto di vista.

Questo fenomeno prende il nome di “antropomorfismo” (dal greco, άνθρωπος, "umano", e μορφή, "forma") ed è tanto diffuso e comune, quanto purtroppo sottovalutato.

Sebbene, infatti, sia causato da ingenua ignoranza della psicologia e dell’etologia canina, quest’atteggiamento può essere rischioso, poiché genera tra le due specie malintesi comunicativi e potenziali problemi comportamentali.

Il linguaggio canino deriva, infatti, da un percorso evolutivo diverso da quello umano e sfrutta precise posture, mimiche facciali e vocalizzazioni, che non devono essere fraintese, poiché, come noi traduciamo il comportamento del cane dal nostro punto di vista, altrettanto farà il nostro amico, che leggerà in chiave canina i nostri atteggiamenti.

Nei saluti, ad esempio, gli umani si avvicinano frontalmente, instaurando subito un contatto visivo e tendendo le mani in avanti, interazione che invece, da parte canina, è interpretata come segnale di sfida, specialmente se ricevuta da un estraneo.

Anche l’abbraccio, che da un punto di vista umano è un gesto di affetto e riconciliazione, non è ben accolto dal cane, che lo può tradurre come un arrogante atteggiamento di dominanza.

La stessa incomprensione si potrebbe generare da un semplice sorriso, che per noi significa allegria e spensieratezza, mentre il cane scopre i denti per manifestare paura o aggressività.

Ovviamente queste regole di “galateo canino” subiscono delle modifiche quando ci riferiamo al nostro animale, con il quale abbiamo instaurato un rapporto confidenziale, ma non dovrebbero mai essere ignorate quando ci approcciamo a un cane che non ci conosce e verso il quale faremmo bene ad avvicinarci di lato, lasciandoci annusare, senza imporre le nostre mani sopra di lui.

Tuttavia la tendenza a “umanizzare”, potrebbe generare situazioni confusionarie anche con il nostro peloso di casa.

Quando, ad esempio, scopriamo un misfatto e lui rimane in un angolo, fermo, con il corpo abbassato, le orecchie indietro e lo sguardo dal basso verso l’alto, lo interpretiamo come un atteggiamento colpevole e dispiaciuto, ma in realtà sta semplicemente premonendo la nostra arrabbiatura, che abbiamo anticipatamente comunicato rilasciando un’infinita quantità di feromoni di allarme e mimiche, oltre che vocalizzazioni di rabbia.

Quando, invece, condividiamo il nostro letto o diamo del cibo dalla tavola mentre mangiamo, il nostro gesto non sarà interpretato dal cane come un segno di affetto e condivisione amorevole, ma piuttosto come un innalzamento del suo livello gerarchico, poiché gli è concesso di dividere la tana e il pasto con il leader.

Allo stesso modo il suo tentativo di mettere le zampe sulle nostre spalle, non è fatto con l’intento di “abbracciarci”, in segno di saluto affettuoso, ma piuttosto di prevaricare su di noi, imponendoci un gesto di dominanza.

Se reiterati, questi malintesi comunicativi portano il cane a pensare di trovarsi di fronte a soggetti molto deboli o di essere egli stesso il capobranco, con conseguenti problematiche nella gestione delle iniziative e nell’obbedienza generale.

Gli esempi potrebbero continuare in infinite varianti, ma il concetto alla base di ognuno è che dobbiamo prestare attenzione a come interpretiamo e siamo interpretati, poiché molti episodi di aggressività nascono proprio da questi errori comunicativi.

Concludo, dicendo che il cane va trattato “da cane”: non è un bambino, un pupazzo, né tanto meno un surrogato dell’amore umano.

Amarlo, quindi, significa non forzare la sua natura, ma conoscere il suo linguaggio e la sua psicologia e rispettarlo nella sua diversità animale.

Gianna Pietrobon – Educatore cinofilo

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