Vocabolario canino

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Difformità nella composizione di tessuti, organi o cellule che comporta anomalie; solitamente indica una malformazione naturale dell’anca.
S’intende distinguere differenze caratteriali e fisiche tra esemplari maschi e femmine. Queste possono essere: maggiore dimensione del maschio rispetto alla femmina, tonalità del mantello, ecc…
Ogni esemplare può avere dentatura con articolazione a prognata, a forbice o a tenaglia o prognata.
La docilità è la naturale qualità del cane che lo spinge a seguire le indicazione e i desideri del proprio padrone per affetto e mai per timore. Il cane identifica nell’uomo il capo, accettando la sua superiorità. Durante l’addestramento non si deve mai insegnare in maniera dura, senza amore, approfittando della paura del cane; una cane disciplinato non risulta mai aggressivo anche se non è detto che un cane non ubbidiente sia violento, perché potrebbe significare che ha un carattere forte, senza voler seguire i comandi dell’uomo.
Attività campestre in cui il padrone e il proprio cagnolino fanno scampagnate insieme.
Il soggetto dominante è colui che prende le decisioni più importanti del branco e gli altri cani seguono le sue indicazioni e i suoi movimenti.
La parte centrale della spalle del cane che va dal garrese (tra le scapole) e la groppa (sopra le gambe anteriori); può presentarsi a carpa, insellato o rettilineo.

Il manifesto delle correnti ultragentilistiche ricusa l'uso di metodi che presuppongano il concetto di gerarchia. Anzi, parole come DOMINANZA e SOTTOMISSIONE vengono abiurate e colpevolizzate perché hanno come diretta e imprescindibile conseguenza il ricorso a metodi coercitivi e poco oltre brutali e violenti! Questa generalizzazione è scorretta e forviante, poiché riduce il tutto a un rapporto tirannico del tipo “Io comando, tu - servo - obbedisci passivamente!”; cosa, per altro, che le recenti acquisizioni etologiche sviluppate sullo studio della struttura sociale dei lupi dimostrano essere ben lungi dalla realtà.

Di fatto, così, non è (o non dovrebbe essere) nella pratica come non lo è nell'etologia sociale dei canidi selvatici, cui è lecito ispirarci e stabilire dei riferimenti visto l'evidenza zoologica e genetica dell'origine del cane domestico dal lupo. Sicuramente, il cane condivide con il lupo e ne ha mantenuto in maniera abbastanza significativa due caratteristiche etologiche: il cane è un animale territoriale e profondamente sociale. Anzi, mi verrebbe da dire che il cane vive in funzione della sua dimensione sociale: a questa deve la sua sicurezza di sopravvivenza, il senso di appartenenza, la definizione di un suo ruolo e delle sue competenze e il riferimento per l'adeguatezza dei suoi comportamenti. Ora, dopo la fase del commensalismo, con l'evoluzione e l'arricchimento del rapporto nelle successive fasi della domesticazione e selezione, le dinamiche rispetto all'originario branco lupino si sono spontaneamente modificate, fino a corrompersi nella moderna situazione della familiarizzazione del cane moderno, specie se cittadino.

Il tentativo di una trasposizione delle dinamiche sociali che regolano la vita del branco lupo non è, quindi, considerabile rigorosa e applicabile alla lettera. Anche perché i più recenti studi condotti su popolazioni in stato di assoluta libertà hanno evidenziato che il vecchio modello piramidale che vede al proprio apice l'individuo alpha, il capo branco assoluto che ha fatto della forza fisica la sua bandiera risulta riduttivo, rispetto a una maggiore complessità delle dinamiche osservate. Cionondimeno sarà verosimilmente lecito considerare alcuni concetti e comportamenti che sicuramente regolano il posizionamento sociale e operativo (gerarchia) del singolo all'interno del branco e qualcosa di simile alla realizzazione di quella piramide gerarchica - cui ho alluso poco sopra e, di fatto, osservabile in gruppi in condizioni di semi-libertà - dovrebbe potersi realizzare per garantire al cane stesso una maggiore serenità, escludendo pericolosi elementi di confusione all'interno del nuovo branco-misto.

Uno dei bisogni fondamentali cui aspira il cane, in quanto tale, è una chiara visione di organizzazione. L'organizzazione, infatti, rappresenta il presupposto per il buon funzionamento di qualsiasi struttura sociale in ambito zoologico (pensiamo semplicemente a formiche e api, anche se il termine in realtà risulta poco appropriato) e tale buon funzionamento di una struttura organizzata garantisce il senso di sicurezza del singolo, quale individuo appartenente a un branco corrispondente a un bisogno motivazionale prioritario e imprescindibile.

Ogni forma di organizzazione prevede la definizione di ruoli, di competenze e di posizionamenti (vogliamo chiamarla gerarchia). All'interno di questa struttura verranno spontaneamente individuati, in relazione a loro manifeste abilità, sicurezza e attitudini confermate dall'ambiente, individui guida di riferimento. Chiamiamoli pure LEADER!

Ecco, io credo che questo possa meglio rappresentare la realtà etologica e l'obiettivo cui indirizzarsi nella costruzione e nello sviluppo del rapporto con il proprio cane. I concetti di dominanza e gerarchia in uso nel vocabolario umano che alludono a un rapporto di severa padronanza e sudditanza di un individuo su un altro servilmente sottomesso, credo risultino ormai obsoleti e non più legittimi per spiegare in maniera frettolosa e troppo spesso banalmente ricorrente molte problematiche relazionali e comportamentali (il cane ringhia: è dominante; il cane tira al guinzaglio: è dominante; il cane sembra indifferente al richiamo: è dominante...e così via). Tanto è vero che i cosiddetti atteggiamenti di sottomissione non vengono imposti dal “dominante”, ma piuttosto esibiti dal “sottomesso” quale forma di riconoscimento di autorevolezza e stima.

A questo dovremo far riferimento nell'impostare il rapporto con il nostro cucciolo: una figura capace di suscitare sicurezza, con cui stabilire non un rapporto di sudditanza magari conflittuale, ma viceversa qualcosa mirato a creare fiducia e stima proponendosi nel registro della collaborazione e non in quello dell'ordine o, peggio, della coercizione.

Questo non implica assolutamente il permissivismo totale, proprio perché il concetto stesso di organizzazione prevede che vengano stabilite delle regole, disciplinati determinati comportamenti e tendenze motivazionali, ma il costo di quella che si pone come una proposta è corrisposto dalla possibile realizzazione di un’esigenza e dal raggiungimento di un obiettivo (attività motivata=proattività).

Il cane ha delegato a noi umani il ruolo di organizzare la sua vita, garantendogli sicurezza e chiarezza e ben volentieri accetta che ciò avvenga secondo i nostri parametri (regole comprese) a patto che noi non smentiamo i presupposti sopra descritti e che la nostra figura referenziale non latiti, non si riveli contraddittoria o incoerente, cosa che metterebbe il cane in uno stato confusionale ponendolo nella condizione di dover considerare la possibilità di dover giocare un ruolo che non gli appartiene più e di cui farebbe volentieri a meno.

Per facilitarci in questo compito, noi abbiamo in mano la chance di poter gestire in maniera funzionale le principali prerogative e risorse del cane. Facendo questo in maniera corretta, verremo spontaneamente riconosciuti da parte del cane, soddisfatto e rasserenato da quest’acquisizione, come rappresentanti di questo status di reale LEADERSHIP, diventando la figura guida, di riferimento e motivante.

Credo che in una qualsiasi struttura sociale - e quella del cane lo è per origine e necessità - sia impensabile non ammettere il concetto di una gerarchia. Ma nel nostro rapporto con il cane, questa deve sdoganarsi da ogni implicazione che la assimila al significato che possa avere avuto nella cultura e nella storia umana. Va, piuttosto, ricondotta alla sua essenza etologica e, ispirandosi a questa, risulterà premiante nell'instaurare un rapporto corretto con il cane. Se saremo capaci di interpretare il ruolo di leader che questa riconosce, oltre ad ottenere una migliore gestione del nostro cane, gli garantiremo benessere e serenità. Attenzione, perché l'equivoco è dietro l'angolo e i cattivi consiglieri ancora ancorati a una struttura strumentale, di sfruttamento e a senso unico sono in agguato.

 

Michele Raffaelli