Vocabolario canino

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Indica una difformità dell’apparato visivo.
L’ENCI è l’acronimo ”Ente Nazionale della Cinofilia italiana”: è un’associazione che si occupa della amministrazione della cinofila italiana, di classificare le razze canine e di pianificare eventi nazionali e internazionali di sport cinofili.
Difformità dell’occhio che provoca irritazione continua.
Si presenta quando la mascella superiore sovrasta più di due millimetri la mandibola; è considerato un difetto molto grave.
Periodo in cui la cagna è feconda e accetta di accoppiarsi: questo significa che la femmina non solo non respinge mai il maschio ma va a cercarlo lei stessa. Questo periodo dura una settimana, mentre il calore è più lungo (fino a tre settimane).

In ambito cinofilo e in un ipotetico “approccio didattico” al cane, educazione e addestramento sono due cose profondamente diverse. Lo sono, e vedremo il perché, dal punto di vista delle finalità, delle impostazioni e dei metodi, ma il rivendicare il primato dell’una sull’altra, proprio per questa ragione, e gettare benzina sul fuoco di una polemica sterile e strumentale del tipo: Il cane deve essere educato!”, “Ma va….il cane va rigorosamente addestrato….anzi l’educazione non esiste!”, “L’addestramento prevede necessariamente il ricorso a metodi brutali, se non violenti e per ciò offende il cane sia fisicamente che psicologicamente!” mi sembra del tutto inadeguato, scorretto, privo di senso e decisamente poco costruttivo.

Abbiamo detto che, anche se come protagonista hanno il cane, le due cose sono diverse e distinguibili.

Tentando di dare una definizione generica, il più possibile esaustiva, corretta e obiettiva, e di illustrare cosa ci si propone con una o l’altra di queste due discipline - o più propriamente di modalità di approccio al cane (che tali sono e non devono essere confuse con scuole di pensiero) - risulterà quanto detta polemica sia priva di fondamento.

L’addestramento ha sicuramente una storia e una tradizione di ben più lungo corso, di cui possiamo individuare nella Germania la patria della scuola originaria e che approssimativamente comincia a conoscere una certa diffusione in Italia attorno ai primi anni ’70, in coincidenza con la diffusione nel nostro Paese della prima edizione di un testo “miliare” di un illustre cinologo svizzero (Pietro Scanziani, “Il cane Utile”). Si tratta del primo trattato nella nostra lingua su come addestrare il cane a svolgere determinate attività e discipline.

Rileggendolo oggi, francamente, mi suscita un compiaciuto sorriso al pensiero di quanta acqua sia passata sotto il “ponte”…Ma, poi, mi assale un dubbio: “Ѐ veramente così?”.

Addestrare, termine che etimologicamente potremmo sviluppare nella formula: rendere abile, capace; cosa che, nel nostro ambito specifico, possiamo intendere come la possibilità di sfruttare/adattare determinate doti e attitudini del cane e mediante un percorso d’insegnamento e affinamento in un buon un rapporto con l’addestratore adattarle a un uso utilitaristico o agonistico (guardia e difesa, salvataggio, ricerca e più recentemente agility, obedience, free style, disc dog, etc. Ѐ necessario, quindi, ammettere che il comparto addestramento è, molto spesso, condizionato dal suo aspetto agonistico e dall’esigenza del risultato. Questo impone che, a volte, l’insegnamento debba privilegiare la facilità e la rapidità dell’ottenimento del risultato stesso. Ciò esclude la possibilità di introdurre metodiche che, proprio per la loro natura, richiedono tempo e pazienza e i risultati necessariamente risulterebbero ben lungi dall’essere immediati ed eclatanti. Con questo contesto in maniera oggettiva l’equazione assolutistica addestratori= macellai (a livello di metodi e intenzioni), espressa dai seguaci di una certa scuola di pensiero che trova facili consensi in nome della predicazione di una cinofilosofia iperbuonista (salvo poi rivelare evidenti incapacità pratiche di questi teorici nel momento del confronto con la situazione reale o, almeno, in situazioni impegnative, poiché non esistono solo i Golden e i Border…). Ѐ evidente che l’addestramento non rappresenta la risposta più adatta alle problematiche del proprietario medio di un qualsiasi cane, tanto più se trattasi di un cucciolo!

Fondamentalmente, quanto viene insegnato al cane durante un percorso di addestramento non ha un valore funzionale ed etologico per la sua specie e la sua sopravvivenza e non ha implicazioni relative all’acquisizione di comportamenti utili al miglioramento generalizzato della sua dimensione sociale.

Ѐ vero che l’addestramento prevede l’insegnamento a eseguire azioni in risposta a dei comandi, ma la sequenza e il suo obiettivo rimangono astratti, non necessariamente richiedendo al cane un processo riflessivo e/o valutativo, poiché rigidamente coordinate dall’esterno da parte dell’addestratore e contestualizzate a una precisa situazione. Le acquisizioni spesso escludono il normale sviluppo di una sequenza spontanea, privandole di un significato più generale e funzionale: si potrebbe dire che il cane in addestramento impara, ma non apprende (e torneremo sul significato proprio di quest’ultimo termine individuandone un distinguo rispetto al precedente).

Spesso il cane ben addestrato, nella realtà abitudinaria quotidiana potrebbe risultare un cane non educato nei termini corretti cui ci si dovrebbe riferire quando si parla di educazione e che andremo a definire.

Ѐ altrettanto vero che l’addestramento può risultare utile, in una fase successiva, per risolvere alcune esigenze del nostro peloso che, se trascurate, sono fonte di problemi e, inoltre, la pratica di alcune discipline cinofile risulta utile in alcune situazioni di terapia comportamentale e in questi termini può rappresentare il corollario di un percorso educativo

L’educazione comportamentale. La svolta arriva con il riconoscimento al cane di una psicologia propria, cosa che idealmente possiamo far coincidere con la pubblicazione in Italia nei primi anni ‘80 di un libro “fondamentale”: “Psicologia canina “ di William Campbell.

Di fatto, più del testo, a creare una sorta di rivoluzione è proprio il concetto di una dimensione psicologica applicato al cane che fino ad allora non aveva una connotazione in alcun ambito, ma si limitava ad essere semplicemente cane! Praticamente quello che si afferma definitivamente è la sua capacità e possibilità di ragionare. Questo implica in maniera direttamente consequenziale un cambiamento nelle modalità di approccio didattico, ponendo le basi di quello che di fatto è o dovrebbe essere l’education: ovvero la possibilità di offrire al cane un’autonoma possibilità di risposta in termini di azione suscitata da uno stimolo attivatore, che potrà o meno rivelarsi utile al raggiungimento dell’obiettivo. Il cane cambia completamente il suo posizionamento e non dovrà subire in maniera passiva l’intervento dell’ambiente nella figura dell’addestratore, ma parteciperà in maniera attiva e consapevole, elaborando delle informazioni e riproponendo in forma di comportamento le azioni risultate più o meno adeguate/utili, che in funzione di ciò entreranno a far parte del suo repertorio piuttosto che venire abbandonate proprio alla luce della loro rivelata inutilità. In altre parole, tutto questo significa che il cane è in grado di apprendere e mediante l’apprendimento di formare determinati modelli comportamentali!

Alla luce di quest’acquisizione, si impone di organizzare un metodo che garantisca al cane questa “conquista”. In particolare, appurata l’utilità pratica di sottoporre il cane a un condizionamento, ovvero l’associazione tra uno stimolo e una determinata azione, appare evidente che i termini del condizionamento classico risultano inadeguati, poiché lo stimolo stesso determina l’azione in maniera meccanica escludendo un processo riflessivo ed elaborativo da parte del cane il quale, di fatto, "subisce l'ambiente"!

Dovremo, quindi, fare in modo che lo stimolo proposto non induca direttamente la risposta, ma funga da attivatore, ovvero sia capace di motivare il cane a fare qualcosa. Questo metterà il cane nella condizione di tentare un’azione che gli consenta di raggiungere l’obiettivo; inizialmente quello che gli viene istintivo, comunque in maniera tale da garantire una sua "partecipazione attiva".

Tuttavia la sua risposta iniziale potrebbe risultare non adeguata nella sua nuova dimensione di membro del branco-famiglia, potrebbe essere un’azione sgradita o non idonea. Di conseguenza, gli verrà negato il raggiungimento dell’obiettivo (mancata gratificazione). Se lo stimolo risulterà realmente coinvolgente a livello motivazionale, il cane sarà stimolato a provare qualcosa di alternativo. Se questa nuova azione verrà ritenuta idonea, il cane avrà l’accesso all’obiettivo (uso del rinforzo positivo in termini di gratificazione). In questo caso, così come previsto in una sequenza di apprendimento, il cane memorizzerà l’azione che verrà elaborata assurgendo al ruolo di comportamento praticabile e praticato, nella misura in cui la ripetizione della medesima azione produrrà nuovamente il soddisfacimento della motivazione che l’ha suscitata.

Illustriamo quanto detto con un esempio classico che costituisce uno delle prime esperienze di educazione comportamentale: l’esercizio base per l’apprendimento del seduto. Lo stimolo attivatore, che in questo caso rappresenta anche l’obiettivo, sarà rappresentato da un bocconcino premio che stringeremo nella mano destra all’altezza del nostro petto. Il primo tentativo istintivo che il cane metterà in atto sarà probabilmente quello di cercare di afferrare il bocconcino saltandoci addosso: scorretto e sintomatico di scarso autocontrollo, frequentemente lamentato da proprietari di cani “esuberanti”. Gli negheremo il premio, allontanandoci da lui. Ѐ probabile che il nostro amico si produca, a seconda della tipologia caratteriale, in un certo numero di tentativi su questa falsa riga da noi regolarmente scoraggiati. A questo punto - e qui interviene la componente riflessiva - il cane recuperato un po' di controllo e realizzato come quel tipo di pratica risulti inutile e non gli garantisca nulla, cercherà un’alternativa che nella maggior parte dei casi comporta spontaneamente il mettersi seduto: comportamento adeguato e auspicabile perché indicativo di uno sforzo di autocontrollo. Ora, associando alla sua azione il comando seduto (in maniera tale da fargli iniziare un’associazione tra l’azione proposta e quel particolare suono), lo loderemo premiandolo con un bocconcino, possibilmente offerto con l’altra mano (la mano destra deve rappresentare il punto nei cui confronti lui focalizzerà l’attenzione, diventando così utile per accompagnare con la gestualità i vari comandi). Di fatto, quello che abbiamo utilizzato è il condizionamento operante, denominato per ovvi motivi apprendimento per prove ed errori.

Questo comporta una doverosissima assunzione di responsabilità da parte della figura umana, in considerazione della dimensione urbana del cane moderno (educatore prima- proprietario edotto poi) nel suo ruolo di guida, di riferimento. Cosa tanto più vera nel caso di un animale profondamente e necessariamente sociale e socio-referenziale, cioè che proprio nell’ambito sociale deve trovare le risposte e le conferme dell’adeguatezza dei suoi comportamenti. Questa implicazione risulta tanto più seria, poiché il soggetto elettivo dell’educazione comportamentale è il cucciolo, che dovrà essere in questo modo aiutato a crescere in modo corretto sano ed equilibrato per creare il cane stabile, sicuro e consapevole.

Pertanto, con l’avvento dell’educazione cinofila, il proprietario diventa così responsabile dell’educazione del suo cane, cosa tanto più vera in quanto - come detto - un corretto lavoro educativo dovrebbe iniziare sul cucciolo immediatamente dopo il suo ingresso nella nuova dimensione, continuando di fatto il percorso impostato durante il rapporto con madre e fratelli nei primi mesi. Durante questo periodo, il cucciolo si dimostra particolarmente “sensibile” e disponibile all’apprendimento e le esperienze fatte risulteranno determinanti per la formazione del suo carattere, della sua capacità di relazionarsi con l’ambiente e dei suoi comportamenti. In questo modo, il proprietario sarà colui che darà delle risposte di consenso o meno, confermerà l’adeguatezza dei comportamenti del cane, determinerà delle regole in maniera da formarlo per renderlo socialmente idoneo all’introduzione nella nuova dimensione famiglia e capace di vivere serenamente nel contesto urbano, affrontando in maniera adeguata le diverse situazioni che possono presentarsi nella vita quotidiana.

Questo ruolo assertivo e di riferimento, per altro, ci mette in maniera naturale e spontanea nella posizione di rappresentare la reale versione del leader o capobranco, cui il cane sarà naturalmente incline a chiedere risposte, aiuto e consensi: la sua guida, il suo riferimento!

Ѐ evidente come questo riconoscimento intellettivo nei confronti del cane e l’applicazione di questo metodo (che come ho detto presuppone l’uso programmatico del rinforzo positivo) trovi delle applicazioni dirette utili e funzionali nella gestione abitudinaria del peloso e venga incontro alle esigenze del proprietario dell’urban dogs. In effetti, fino a poco tempo fa, era frequente il caso di cani impeccabili quando si trovavano nel campo di addestramento, salvo diventare ingestibili, ingodibili e fonte di problemi o preoccupazioni nella loro dimensione abitudinaria.

La parola comportamento allude a un’altra necessaria e più recente acquisizione che deve venire riconosciuta al cane: la sua dimensione etologica!

La dimensione etologica e il cognitivismo. Per completare e realizzare un rapporto ottimale con il proprio peloso, sarà anche necessario considerare la sua dimensione etologica, le sue inclinazioni istintive e il suo repertorio motivazionale. Queste sono ciò che contraddistingue una specie rispetto a un'altra e, nel caso del cane, non dovremmo dimenticarci di quale sia stata la sua origine biologica: il lupo! Nel nostro cane continuerà a esistere una memoria che rimanda a quelle che sono le caratteristiche fondamentali della specie-lupo: un animale predatore, territoriale e fortemente sociale. Inoltre, sarà necessario considerare come la selezione abbia diversificato, modificandone il volume, tali inclinazioni generali nelle diverse razze in maniera tale che un Retriver si distinguerà da un molossoide proprio per il maggiore peso acquisito nei confronti di determinate vocazioni. Senza dimenticare, in ultimo, le caratteristiche del singolo individuo.

Il proprietario “ideale”, nell’ottica di creare una relazione reciprocamente soddisfacente con il proprio peloso, sarà chiamato a riconoscerne le caratteristiche, le motivazioni e le vocazioni. Dovrà saperlo osservare per intuire cosa gli piace fare, imparare a leggere il suo linguaggio in maniera da non limitarsi a farsi capire da lui, ma essere nelle condizioni di capire anche quanto lui ha da dirci per venire incontro ai suoi bisogni, offrirgli possibilità di gratificazione delle sue motivazioni e delle sue competenze. Queste informazioni sono necessarie per realizzare un rapporto collaborativo basato su stima e affetto e non su sfruttamento e negazione. Ci aiuteranno a mettere a punto un percorso “personalizzato” che consideri e faccia leva sulle motivazioni individuali, così da stimolare in maniera adeguata e controllata il nostro cane.

Cerchiamo di dare una definizione appropriata al termine motivazione in ambito etologico applicato alla cinofilia. Motivazioni saranno le predisposizioni di orientamento verso un target o un’espressione comportamentale che risultano essere utili in termini di pro attività del cane per stabilire situazioni di consenso. Rappresentano, se esaudite, una fonte di gratificazione, se negate, una frustrazione. Motivare significa proporre al cane attività baste su previste situazioni di consenso (corrispondenza tra azione che voglio far fare al cane e gratificazione di un suo bisogno fisiologico/etologico).

Lavorare attraverso le motivazioni risulta particolarmente appropriato e utile per i seguenti motivi: sono funzionali a mettere il cane in una predisposizione attiva (proattiva) congeniale all’apprendimento; rappresentano un tramite per incrementare la dimensione socio-cooperativa con il nostro cane; sono in grado di gratificarlo permettendoci di esaltarne le personali vocazioni; ci consentono di disciplinare e contestualizzare le inclinazioni comportamentali e i riflessi istintivi (compresi quelli impegnativi e spesso fonte di preoccupazione per il proprietario – predatorio, competitivo…), che non possono venire soppressi o frustrati, pena un cane depresso e potenziale fonte di comportamenti un problema.

Anche in questo caso mi torna utile ricorrere a un esempio. Ѐ molto frequente il caso di proprietari che lamentano l’attrazione esercitata da oggetti in movimento (biciclette, motorini…), ma anche persone, in particolare bambini, che corrono. Questo stimolo attivatore spesso produce la messa in atto dell’istinto a inseguire, cosa riconducibile a una componente atavica del cane definita predatoria, ove l’elemento in movimento rappresenta una trasposizione della preda che suscitava il suddetto comportamento, rispondendo alla motivazione di soddisfacimento dell’esigenza nutritiva. Nel nostro cane urbano tale motivazione viene a mancare, ma non l’esigenza di dare sfogo a un riflesso istintivo che produce le problematiche che abbiamo citato. Ora, per ovviare a tale problema, si può contestualizzare il predatorio in un ambito motivazionale ludico assegnando a una pallina, da noi lanciata e fatta correre, il ruolo di attivatore e di obiettivo. In questo modo, offriremo al cane la possibilità di dare sfogo a questa sua inclinazione e garantirne la gratificazione e avremo anche l’opportunità di indirizzarla in un contesto adeguato e verso un target opportuno.

Questo modo di procedere nei termini di un’educazione personalizzata che tenga conto dei bisogni non solo fisiologici, ma anche del riconoscimento e della possibilità di poter esprimere pienamente la sua identità etologica, tipologica e personale, contribuisce in maniera determinante al benessere psico-fisico del nostro cane e sicuramente ci permettono di prevenire l’insorgenza di problemi comportamentali e pratici.

CONCLUSIONI

Credo che quanto detto sia sufficiente per aver chiarito la differenza e la diversa finalità tra addestramento e educazione: laddove il primo è inteso a dare al cane la possibilità e le capacità per svolgere una precisa attività, il secondo mira a formare dei comportamenti. Alla luce di ciò, risulta evidente quanto sia priva di senso la polemica del primato dell’addestramento rispetto all’educazione e viceversa, proprio perché l’addestramento può venire considerato un corollario dell’educazione, sotto ceri punti di vista, il logico e appropriato proseguimento. Questo perché proprio l’addestramento e il semplice avviamento a una disciplina cinofila ci consente di poter corrispondere alle vocazioni del nostro cane, ci offre la possibilità di garantirgli la possibilità di svolgere dell’attività (elemento della cui carenza il cane urbano, in particolare nel caso di determinate razze, risente in maniera spesso grave) in un ambito motivazionalmente coinvolgente e appagante.

Michele Raffaelli

Nella carriera di ogni educatore cinofilo, ci si trova spesso di fronte a proprietari che confondono l’addestramento con l’educazione, a volte addirittura convinti che i due termini siano sinonimi l’uno dell’altro. In realtà, esiste una notevole differenza tra questi due ambiti che ora analizzeremo.

L’addestramento consiste nell’insegnare al cane un determinato lavoro, (caccia, agility, soccorso, ecc.), per cui ha come obiettivo l’ottenimento di una performance da parte del cane su richiesta del
proprietario. L’educazione, invece, consiste nell’insegnare al cane delle regole, che gli consentiranno di vivere serenamente con il proprietario e condividere con lui esperienze quotidiane all’interno del contesto familiare ed extra- familiare.

Possiamo, quindi, dire che nell’addestramento l’animale rappresenta uno strumento che l’uomo
utilizza per soddisfare una sua esigenza, nell’educazione invece, l’animale, rappresenta un compagno di vita per l’uomo che con lui costruisce una relazione basata sull’interscambio.

Altra importante differenza riguarda la metodologia di lavoro, perché nell’addestramento si lavora solo sul cane, affinché esso apprenda la risposta quasi automatica da mettere in atto quando il
proprietario o altri lo richiedono; nell’educazione, invece, si lavora sulla coppia cane-proprietario, affinché i due partner interagiscano correttamente.

L’educazione, infatti, prevede che cane e proprietario lavorino sempre insieme, sotto la
guida dell’educatore cinofilo, di modo che, da un lato, il cane impari a riconoscere la risposta giusta da mettere in atto a seconda di ciò che la situazione richiede, dall’altro, il proprietario impari a riconoscere i segnali comunicativi emessi dal cane, nonché la sua indole e le sue esigenze.

Tutto ciò poggia su una differente visione del cane, in quanto nell’addestramento l’animale è considerato alla stregua di un robot, capace di generare solo risposte automatiche; nell’educazione, invece, il cane è considerato come un essere dotato di abilità cognitiva e pertanto in grado di
fornire risposte naturali, poggiate su veri e propri ragionamenti fatti in termini di convenienza, ossia il cane dimostrerà di saper scegliere il comportamento da adottare in base alle conseguenze di questa scelta che potranno essere legate alla ricezione o meno di un premio (alimentare, sociale,
ecc.).

Per fare un esempio, con l’addestramento il cane può imparare ad affrontare un percorso ad ostacoli o le tecniche di salvataggio in acqua o sulle macerie, ecc.; con l’educazione il cane impara a comportarsi adeguatamente al fianco del suo proprietario, anche in contesti lontani dalla sua condizione naturale, come possono essere le strade metropolitane, locali pubblici, ecc. e a essere un cane equilibrato e appagato.

In conclusione, si può quindi affermare che l’addestramento non è sempre necessario, a differenza dell’educazione che invece è indispensabile, soprattutto se vogliamo il cane come semplice compagno di vita quotidiana da non reificare né tantomeno antropomorfizzare.

 

                    
Educatrici cinofile: Alessandra  Dimatteo e Gabriella  Marino