Il randagismo non è il problema dei cani, ma una questione antropologica

Il randagismo non è il problema dei cani, ma  una questione antropologica
23 Novembre 2014

La signora un po’ snob a spasso per negozi col suo raffinato Pechinese, il giovane che corre sulla spiaggia col suo elegante Pastore tedesco, la ragazza in jeans a vita bassa col Chihuahua che fa capolino dalla borsetta, il pensionato col bel micione dal pelo lungo che sonnecchia sulle ginocchia, il bambino dispettoso che tira le orecchie al remissivo Alano, il cucciolo di Labrador, mezzo sangue, che fa disperare per le pipì in casa, mamma gatta che raccoglie attorno a sé tutta la famiglia mentre allatta i gattini. Sono frammenti di vita, se volete stereotipi, di famiglie che condividono la quotidianità con amici pelosi a quattro zampe che animano, quando non esasperano, come i bambini (e non solo), la giornata. Senz’altro fanno sentire vivi, riempiendo la distanza di un giorno con le loro monellerie, ma anche con la loro allegria incondizionata e gratuita.

Il guinzaglio, la brandina, la ciotola, il mangime, il collare, la copertina, la museruola, le palline di gomma dura, il tronco per affilare le unghie sono alcuni degli arnesi, più o meno diabolici, che trovano dimora in una casa abitata da un animale-compagno dell’uomo.

Sono fotogrammi di una convivenza attuale tra l’uomo post-moderno e l’animale da compagnia, anzi d’affezione, ormai definitivamente riconosciuto come membro della famiglia allargata. Questa rinnovata convivenza, che si consuma in millenni di storia co-evolutiva, non costituisce semplicemente un segno dei tempi che cambiano, bensì assume il significato di una dimensione affettiva destinata a colmare il vuoto lasciato dalle trascendenti aspettative dell’uomo moderno e dalle ideologie politico-filosofiche e consumistiche della triade Marx-Nietzsche-Freud. In una prospettiva steineriana l’animale acquisisce la funzione di colmare questo vuoto come surrogato di compagnie, di affetti, di legami nell’estremo tentativo di trovare in esso risposte a domande ignorate.

È questo ruolo surrogatorio attribuito dall’uomo all’animale d’affezione che ha prodotto incomprensioni, suggestioni, false aspettative relegando, così, l’animale d’affezione (pet) nella dimensione strumentale della macchina-animale o in quella antropomorfa dell’animale quasi-uomo. In entrambe le versioni, il pet è spogliato dalle proprie aspettative e dalla propria soggettività per essere omologato ai desideri dell’uomo: un animale performante per la guardia, per le gare cinotecniche o venatorie o un animale che faccia compagnia ai bambini, quando non è esso stesso considerato e trattato come un bambino o a soddisfare il desiderio di dare o ricevere cure e attenzioni o un compagno di giochi.

Il pet per un verso è trattato come un surrogato delle carenze affettive-relazionali dell’uomo, per l’altro verso esternalizza funzioni strumentali come a sostituire imperfezioni umane: due equivoci alla base dell’antropomorfizzazione del pet (nel primo caso) e della sua reificazione (nel secondo caso). Due equivoci che rinnegano il ruolo fondante del vero rapporto uomo-animale e del pet quale referente indispensabile e specifico per costruire una relazione appagante e rispettosa delle esigenze e dei bisogni del pet.

Il mancato riconoscimento del ruolo e del valore referenziale specifico dell’animale produce quelle storture antropomorfizzanti, pietistiche e strumentalizzanti dell’animale, che determinano quelle patologie comportamentali e relazionali alla base della sofferenza animale e dell’insoddisfazione umana per un rapporto problematico destinato in molti casi a essere interrotto.

È da queste premesse che prendono origine le difficoltà che incontrano i proprietari a gestire i propri animali, che spesso si traducono in oneri per la società, che deve fronteggiare gli esiti di queste difficoltà; cioè l’abbandono degli animali “d’affezione”, il fenomeno del randagismo, gli episodi delle aggressioni dei cani cosiddetti morsicatori, e quel fardello di norme che impone alle amministrazioni locali di costruire e gestire canili per ospitare i cani abbandonati, i cani randagi, di sterilizzarli, sostenendone i costi improduttivi, poiché il canile più capiente sarà destinato a essere saturato, sino a quando, almeno, non si diffonderà il concetto del possesso responsabile, informato e consapevole dell’animale d’affezione.

 

Gaspare Petrantoni

Medico veterinario comportamentalista

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