La riflessione bioetica può alleviare la sofferenza animale causata dalle condotte dell’uomo

La riflessione bioetica può alleviare la sofferenza animale causata dalle condotte dell’uomo
05 Maggio 2014

Le questioni di bioetica animale s’insinuano in maniera sottile nella vita quotidiana, senza tuttavia che ce ne sia consapevolezza, diventano più complesse e, per quanto facciano audience nei dibattiti televisivi, se ne parla spesso in termini semplicistici ignorando le questioni centrali fondanti. Una di queste è l’antropocentrismo che costituisce l’ostacolo principale alla comprensione della sofferenza animale e alla disponibilità all’accoglienza degli animali quali esseri senzienti, dotati di complessità mentale e di soggettività. La sua mancata rimozione fa ritenere l’uomo libero da ogni obbligo morale nei loro confronti e, quindi, libero di prendere qualunque decisione nei loro confronti. E, specialmente quando diventano fonte di problematicità, tutto è permesso.

Ad esempio: 1) nel caso del randagismo s’interviene togliendoli dalla strada (e paradossalmente reimmettendoli in strada, secondo alcune norme regionali), sterilizzandoli e chiudendoli a vita nei canili, emettendo ordinanze comunali che dispongono l’abbattimento o vietano l’offerta di cibo e acqua; 2) nel caso delle aggressioni di cani, in genere si dispone l’abbattimento degli stessi; 3) nel caso dei cani affetti da displasia dell’anca, si propone la sterilizzazione per evitare che generino altri displasici (nessuno si sognerebbe di proporre la sterilizzazione delle persone H).

Nel primo caso s’ignora che si dovrebbe agire sulle cause dell’abbandono e prevenirle in maniera sistematica, alla stessa maniera di come si procede sistematicamente (o quasi) con le sterilizzazioni, con esiti molto dubbi visto l’andamento del randagismo in Italia; nel secondo caso non si è compreso che l’uccisione del cane morsicatore non impedisce al proprietario di averne un altro anch’esso morsicatore (maltrattamento etologico); nel terzo caso si fa finta di non sapere che la sterilizzazione dei displasici non risolve il problema, finché non s’interviene anche sui criteri di selezione dei riproduttori, frodi a parte (maltrattamento genetico).

In questi tre esempi su come l’uomo agisce nei confronti degli animali, si vede come l’intervento sia sempre sugli effetti finali e non sulle cause dei cattivi comportamenti dell’uomo. Questi comportamenti prescindono sempre dalla questione cardinale che si pone la bioetica, e in questo caso la bioetica animale, cioè la qualità della vita degli animali, vittime dell’antropocentrismo (in verità non sono le uniche).

La bioetica tradizionale, che propone il suo dettato fondamentale, cioè quello del sapere come usare la conoscenza, si rivela nella sua fondante utilità pratica quando, come nei nostri tre esempi, si evidenzia come la non conoscenza (o la scelta di ignorarle) delle cause del randagismo, delle cause delle aggressioni e della displasia dell’anca, impedisca di prevedere le conseguenze di un’errata condotta, e porti al contempo a decisioni infauste, che non solo non tengono conto della sofferenza e della qualità di vita degli animali, ma neanche di quelle dell’uomo e della società. E questa è una grave responsabilità dell’uomo, non certo degli animali.

È facile poi dire “non ci sono soldi”, specialmente di questi tempi, ma sono proprio le scelte sbagliate che impediscono un equilibrio tra una bioetica animale e le esigenze economiche.

 

Gaspare Petrantoni - Medico Veterinario Comportamentalista

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