Addomesticare, educare, educatore!

Addomesticare, educare, educatore!
23 Maggio 2013

Da notare l’uso del verbo “addomesticare”. Di derivazione latina, il verbo nasce da “domesticus”, che significa “appartenente alla casa”. La parola stessa ci suggerisce, quindi, che “addomesticare un animale” vuol dire qualcosa di più che “renderlo sottomesso ai nostri bisogni” o “assoggettarlo alle nostre volontà”, bensì indica la possibilità di farlo entrare nella casa e, quindi, nei luoghi prettamente umani, con il quale l’uomo, negli anni, ha istaurato un rapporto tipicamente affettivo e non solo utilitaristico.

Oggi il cane ha anche un ruolo, a mio avviso fondamentale, di amico e compagno di vita e di avventure. A prescindere dalla razza, dalle dimensioni e dalle attitudini, nella società odierna il cane deve essere considerato soprattutto un compagno e un collaboratore, che non solo ci aiuta, ma ci offre anche un amore e una dedizione incondizionati. Il cane non svolge più solo funzioni di guardia, difesa e aiuto nella caccia, ma svolge anche compiti di poliziotto, di soccorritore per persone sepolte sotto le valanghe o le macerie, di guida e assistenza per non vedenti e disabili. In cambio, ci chiede poco o niente, in sostanza di vivere in modo consono alla sua natura e alle sue esigenze, ma queste ultime non consistono solo in una sana e giusta alimentazione, di un rifugio caldo dove dormire, ma comprendono anche, e prima di tutto, il rapporto affettivo.

Le tre parole sono diverse, pur avendo principi di base comuni. Educare deriva dal verbo latino educere, che significa in prima battuta portar via, portare oltre, poi anche tirar fuori e non deve essere confuso con il verbo latino educare che significa nutrire, allevare: questi due verbi latini hanno la stessa radice, ma esprimono due sensi diversi, appartenenti a due aree apparentemente distinte, che nel verbo italiano fondono il loro duplice senso. Sembrerebbe quasi che non ci possa essere istruzione senza cura, come già aveva sostenuto Platone, e che un educatore debba prima di tutto essere, nell’educare gli altri, un buon dispensatore di cure, affetto e di alimentazione, oltre al fatto che colui che educa, inevitabilmente, nutre la mente.

Il significato originale ed etimologico della parola educazione viene dal latino e-ducere, che significa letteralmente condurre fuori, quindi liberare, far venire alla luce qualcosa che è nascosto. S’intende il processo attraverso il quale l'individuo riceve e impara quelle particolari regole di comportamento, che sono condivise nel gruppo familiare e nel più ampio contesto sociale in cui è inserito. Può essere, anche, definita come l'atto, l'effetto dell'educare o come buona creanza, modo di comportarsi corretto e urbano nei rapporti sociali.

Entrambi i significati delle tre parole sottintendono un condizionamento attivo di qualsiasi individuo pensante, ma letteralmente nel nostro caso far venire alla luce qualcosa che è del cane, affinché lo stesso abbia un comportamento ben preciso, voluto dall'uomo. Chiariamo che intendiamo per "educazione" un condizionamento attivo che porti il nostro amico a convivere con la società in cui lo abbiamo portato a vivere (la nostra famiglia e, in modo più esteso, la società civile in cui noi, esseri umani, viviamo). Poi non bisogna, infatti, incorrere nell’errore - spesso frequente - di considerare il cane “ solo un cane “ o tantomeno un giocattolo da prendere e lasciare a proprio piacimento: è un essere vivente con una sensibilità molto elevata e che sta percorrendo un cammino evolutivo nel quale l’uomo svolge un ruolo preponderante.

Quando un cane è mordace, aggressivo, in sostanza “ cattivo”, non vi è dubbio che questo atteggiamento innaturale sia derivato da un comportamento violento o inadeguato da parte dell’uomo. Un cane tenuto costantemente legato, con poche possibilità di movimento e talora costretto a svolgere le sue funzioni fisiologiche in prossimità della ciotola del cibo, tenuto da solo e senza amore, perde le caratteristiche psichiche di equilibrio che gli sono naturali e, passando attraverso una profonda sofferenza e una altrettanto profonda paura, nella sua mente i conti “ non tornano “ più, perché colui che nella memoria atavica della specie canina è classificato come un amico, improvvisamente si trova a essere un nemico fonte delle sue sofferenze.

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