La malattia mentale del pet: riconoscerla per curarla
23 aprile 2015
6 min

La malattia mentale del pet: riconoscerla per curarla

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I cani e i gatti che vivono in casa frequentemente manifestano alterazioni comportamentali di vario tipo, da quelli più eclatanti – aggressioni, distruzioni del mobilio, sporcizia in casa, abbai continui – a quelli meno evidenti, come risvegli durante la notte, camminare avanti indietro per casa senza sosta, appetito capriccioso, iperfagia, non mangiano quando restano soli, leccamento continuo delle zampe, solo per citarne alcuni. Se nel primo caso si richiede l’intervento di un medico veterinario comportamentalista, nel secondo caso i proprietari non si avvedono del disagio del proprio pet e non viene richiesta assistenza. In effetti, l’intervento del comportamentalista nel primo caso è richiesto per i “guai” che il cane combina e non per una consapevolezza della sofferenza del cane/gatto, questo vale ancor più per le manifestazioni meno evidenti.

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Questo vuol dire che il numero degli animali che ricevono cure per patologie comportamentali è molto limitato rispetto al totale della popolazione animale con tali patologie che vive nelle famiglie. Il motivo principale è dato dalla scarsa consapevolezza della malattia mentale nel cane e nel gatto, per una sorta di bizzarro antropomorfismo che porta a trattare i pet come persone umane, ma non a considerarle persone dotate di un mondo interiore e di soggettività. La sofferenza emotiva, la condizione ansiosa, l’agitazione motoria non sono percepite come espressioni di malattia mentale, al più sono interpretate come dato caratteriale di introversione o di estroversione, o al peggio, secondo un’interpretazione meccanicista, sono considerate una tara genetica per la quale non c’è nulla da fare.

Se da un lato, quindi, c’è attenzione per la salute del cane o del gatto, dall’altro c’è una bassa percezione del disturbo comportamentale come malattia. Il paziente veterinario con un disturbo comportamentale non è considerato affetto da una malattia mentale, ma un soggetto caratteriale. Solo gli esseri umani sono accreditati di una mente, mentre per gli animali si parla di comportamenti, si tende cioè a non riconoscere loro una vita mentale.

“Mente” e “cervello” hanno costituito da sempre un rompicapo per filosofi, psicologi e scienziati, da Platone a Cartesio ai giorni d’oggi, nel tentativo di sciogliere i nodi posti dall’interpretazione unitaria e da quella dualistica, in altre parole tra chi sostiene una correlazione diretta tra il mentale e il fisico e chi considera le due entità ontologicamente separate e non interagenti.

Per questo motivo, l’origine e la natura della mente e della coscienza sono fonte di tanti dibattiti, dubbi e incertezze, ancorché nell’uomo. Già Ippocrate nel 500 a.C. era convinto che nel cervello risiedesse l’esperienza emotiva legata al piacere, alla felicità o al dolore, alla sofferenza e alla tristezza. E oggi, grazie alle tecniche avanzate di visualizzazione funzionale dell’attività cerebrale associate allo studio della psicologia cognitiva, si assiste a uno slittamento dalla deriva riduzionista a favore di un approccio complesso e dinamico che coinvolge l’organismo tutto, immerso nell’ambiente. La mente è, quindi, considerata oggi un’entità emergente dall’interazione tra l’organismo e l’ambiente, non è un semplice estratto di cervello, ma è frutto della conoscenza che scaturisce da un intenso dialogo tra il sistema nervoso centrale, periferico, viscerale e l’ambiente. Quale espressione di vita allora non sarebbe dotata di una propria mente?

Questa problematicità a spiegare la mente umana in termini neurobiologici e psicodinamici si fa più stringente quando si parla di mente animale, a causa di una cultura e di una scienza post-cartesiana che rifiuta di assegnare una vita mentale agli animali. Non si può tuttavia non tenere conto delle tante testimonianze dei proprietari di cani e di gatti riguardo episodi rivelatori di una vita mentale e cosciente, che in termini evoluzionistici rappresenta quella proprietà emergente dal processo di selezione naturale per il suo valore di fitness. A partire dalle intuizioni e dalle ricerche sistematiche di Darwin, fino agli studi sulla biochimica e sulla fisiologia del funzionamento neuronale eseguiti su topi di laboratorio e agli studi sulla fisiologia della trasmissione assonica condotti sugli assoni giganti del calamaro, si è consolidata la continuità tra cervelli umani e animali. Anche le ricerche farmacologiche sulle sostanze psicoattive sostengono tale continuità, in virtù dei loro effetti sugli animali da laboratorio, sovrapponibili a quelli rilevati sull’uomo nel corso della sperimentazione clinica. A ulteriore testimonianza di chi, tra i tanti, sostiene l’interazione somato-psichica si può citare, ad esempio, la definizione di benessere animale di Hughes (1976), quale stato di salute fisico e mentale in cui l’animale è in armonia col proprio ambiente.

È, quindi, sempre meno comprensibile l’ostinazione di chi esclude una mente animale che alberghi in cervelli intelligenti, poiché la sua funzione essenziale è quella di individuare e attuare le migliori strategie di sopravvivenza, che costituiscono lo scopo primario di tutte le attività degli esseri viventi. Ma i cervelli non si limitano a semplici operazioni computazionali che elaborano informazioni ed emettono risposte (comportamenti); i cervelli si emozionano, danno cioè un’impronta emozionale alle informazioni percepite e alle esperienze esperite, coinvolgendo tutto l’organismo nella cascata ormonale, nelle risposte neuro-vegetative, nella rappresentazione contestualizzata, nella memorizzazione, nell’attivazione emozionale e nell’espressione comportamentale.

Se, dunque, risulta oneroso accettare una mente animale, è ancora più difficile parlare di malattia mentale negli animali, ma in fondo solo nel XVIII secolo la follia nell’uomo è stata riconosciuta come malattia mentale e non più possessione demoniaca. È comprensibile, alla luce di ciò, l’insofferenza di una parte di studiosi a parlare di malattie mentali nell’animale, preferendo identificarle come patologie comportamentali. Il comportamento animale, oggetto di studio dei behavioristi come unica entità indagabile e misurabile, è considerato l’esito degli stimoli presenti nell’ambiente prima e dopo l’esecuzione di un dato comportamento. Secondo il modello behaviorista, i comportamenti patologici vanno trattati eliminando gli stimoli che precedono il comportamento indesiderato e i relativi rinforzi per estinguerli e reindirizzarli su comportamenti desiderati.

La scuola latina, invece, interpreta il comportamento animale come esito di funzioni interne, mediate dal corpo e interagenti col mondo, essa affronta i disturbi comportamentali valutandone il “grado di disorganizzazione” (P. Pageat) e l’alterazione psicopatologica. La scuola latina, quindi, spiega e interpreta il comportamento animale in termini mentalistici con l’intento che “nasca una psichiatria veterinaria, che prenda il suo posto a fianco delle altre discipline cliniche”, come auspicato da P. Pageat nella introduzione al suo testo di Patologia comportamentale del cane.

La diatriba su mente animale sì, mente animale no e sulla malattia mentale anziché patologia comportamentale ha prodotto conseguenze dirette sulla salute degli animali, le cui sofferenze psichiche sono ignorate, sconosciute e, quindi, non curate, perché non solo non riconosciute ma neanche considerate come malattie. Da qui nasce la consapevolezza di una responsabilità professionale verso la malattia mentale del pet e l’esigenza di parlare di una psichiatria veterinaria.

 

Gaspare Petrantoni

Medico veterinario comportamentalista