Fra benessere e dna lo stato della cinofilia - parte seconda

Fra benessere e dna lo stato della cinofilia - parte seconda
20 Ottobre 2010

A questo punto, prescindendo dall’assoluta condivisione dei principi su cui si regge la Legge sul benessere animale, dovremmo anche noi cercar spazio nei mass media per divulgare la nostra voce, per illustrare la nostra attività, istituzionalmente mirata al controllo zootecnico… e non solo. Non ricordo quando accadde, ma in un lontano giorno anche il TG1 (cioè la Rai) diede notizia della vittoria italiana nella Coppa Europa per razze Inglesi. Ora i telegiornali sono aumentati per il molti-plicarsi delle reti, ma tutti sono impegnati a dar voce a chi ci è aprioristicamente nemico, ad anima-listi e protezionisti ad oltranza. Noi, per i mass media, non esistiamo. Per noi c’è solo la stampa specializzata per parlarci fra di noi, con una copertura irrisoriamente ristretta, quattro “gatti” (par-don, volevo dire quattro cani). Ma perché non costruiamo un cantiere da cui creare i presupposti per far sentire anche la nostra vo-ce? Fra le nostre file annoveriamo giornalisti capaci ed uomini importanti di ogni settore e rango: perché non tentiamo di coinvolgerli per un giusto fine mediatico? Perché non cerchiamo di far sape-re che non siamo né aguzzini, né criminali e che ci avvaliamo di prove ed esposizioni per selezionare, senza secondi fini, tanto meno crudeli o perversi. Restando in tema di “benessere”, gli allevatori (amatoriali e professionisti) hanno aderito ed esplici-tamente firmato il famoso decalogo deontologico, che comprende anche il benessere del cane e al quale debbono tassativamente ispirarsi ed attenersi. Tutto ciò però non esclude l’equilibrio e il buonsenso che devono trasparire da tutte le norme: invece ho visto richieste avanzate da Ammini-strazioni ed Asl con le quali si pretendono, per le strutture d’accoglienza dei cani, spazi e confort che nemmeno nell’edilizia popolare vengono imposti. Col risultato che assurde imposizioni creano l’alibi a sotterfugi che fanno da paravento a chi infrange il codice deontologico. Punto e a capo. Per quel che riguarda il cane (inteso come essere vivente), la “grande distribuzione” (intesa come commercio) non deve esistere: importatori e commercianti senza scrupoli hanno procedimenti penali in corso e spero che l’esito sia giustamente severo e di esempio per tutti. Perché, a quanto pare, oggi manca solo il 3x2, compri due cani e ti regalo un gatto. L’allevatore, con le sue competenze, è il garante assoluto della selezione da cui scaturiscono prodotti che egli cede ma di cui non fa commercio: come dire, dal produttore al consumatore (e mi scuso se nel caso di un cane “consumatore” suona orrendo), senza intermediazione alcuna. Eppure, le pubblicità forniscono indicazioni di chi opera sul mercato con quantità difficilmente con-ciliabili coi principi dell’allevatore, a differenza di chi invece, magari, calza con orgoglio quella qualifica, producendo solo cinque cuccioli all’anno. E qui si apre il capitolo della “legge dei numeri”, in tema di selezione. È vero che con una produzione media di 10-20 cuccioli all’anno la verifica è limitata e bisogna ac-contentarsi di quel che si può proporre, tramite il vaglio delle prove ed esposizioni. Però, nel contempo, viene spontaneo chiedersi come facciano certi allevamenti ad aver laureato un così alto numero di campioni, in pochi anni, fra i quali gli “Assoluti” si sprecano: riproduttori che vantano barcate di Cac Cacit, cuccioli tutti figli di cacciatori di beccacce… e nessuno ci spiega come facciano a portare a caccia 100 fattrici (perché tante devono essere per sfornare tutti quei cani). È vero che oggi si corrono un numero di prove molto maggiore rispetto agli anni Settanta/Ottanta, ma i conti non tornano ugualmente e non riesco a darmi una risposta adeguata, razionale, tranquillizzante. O meglio, la risposta ci potrebbe essere, ma non sarebbe tranquillizzante.

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