La prevenzione comportamentale nel canile

La prevenzione comportamentale nel canile
24 Maggio 2013

Da una corretta alimentazione a un’adeguata stimolazione percettivo-sensoriale, dalla maturazione del legame di attaccamento al suo correlato, il distacco, dallo sviluppo della socializzazione primaria e secondaria a quella ambientale, etc. Sono tutte opportunità che promuovono il corretto sviluppo del cane, ma nello stesso tempo ne costituiscono fattori di rischio: insufficiente apporto proteico nella dieta, povertà di stimolazione ambientale, legame di attaccamento insicuro, mancato distacco, carenza di esperienze di socializzazione, etc.

L'analisi comportamentale dovrebbe, quindi, costituire un momento fondamentale per la valutazione del benessere in canile, sia per inserire le patologie comportamentali nel diagnostico differenziale sia nella definizione dell'Indice di Adottabilità (IA) dei soggetti da avviare al percorso di adozione assistita, dal momento che le patologie comportamentali più frequenti sono l'esito, nel cucciolo, e l'evoluzione, nell'adulto, di specifici danni biologici prodotti durante le prime fasi della vita al processo neurogenico, con conseguenti alterazioni strutturali e della funzionalità cerebrale. Sono delle vere e proprie patologie del neurosviluppo, caratterizzate da un'alterata connettività sinaptica, che coinvolgono emozioni, rappresentazioni e comportamenti che connaturano tipi di esperienze che diventano modelli comportamentali consolidati nell'adulto, dal momento che vengono depositati nella memoria implicita, che è quella che si forma per prima e che definisce gli schemi mentali come costituenti della personalità del cane e, quindi, resistenti ai cambiamenti rendendo più elaborato l'intervento terapeutico di riabilitazione comportamentale.

È necessario, pertanto, che nei canili si tenga conto anche del benessere etologico attraverso la programmazione di attività che promuovono l’arricchimento ambientale e sociale. Limitare la funzione del canile alla semplice detenzione dei cani non permette di risolvere il problema del randagismo, non può evitare il sovraffollamento delle strutture, anzi lo favorisce, crea l’illusione di tutelarli mentre li costringe nella condizione di isolamento sociale e di deprivazione e specialmente non crea le necessarie condizioni “… per favorire la corretta convivenza tra uomo e animale …”, eludendo il principio enunciato nell’art. 1 della Legge 281/91. I cani tenuti in queste condizioni di privazione e di iper-stimolazione fisica e sociale non sono in una condizione di benessere, hanno un basso IA, che li rende poco appetibili ai fini dell’adozione.

Nel canile si dovrebbe pertanto lavorare anche, per favorire l’adozione, creando opportunità di convivenza con l’uomo secondo modalità che li rendano gradevoli e accettabili, a partire sin dalle attività che vengono condotte giornalmente in canile: modalità di somministrazione dei pasti, modalità di interazione, contatti fisici, manipolazioni, uscite, applicazione del guinzaglio.

 

Dott. Gaspare Petrantoni

Medico veterinario comportamentalista

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