La libertà di essere un cane
8 ottobre 2013
4 min

La libertà di essere un cane

Colgo al balzo un suggerimento di una mia cara lettrice animalista, che mi ha cortesemente chiesto di scrivere un articolo sulle libertà degli animali.

Devo partire da un breve accenno storico. Nel 1964 Ruth Harrison pubblicò il libro “Animal Machines”, che sollevò la questione degli animali allevati intensivamente, per descrivere come l’allevamento intensivo riducesse le sue vittime non umane allo stato di unità produttive. Questa “meccanicizzazione” degli animali era la conseguenza della negazione cartesiana della loro sensibilità, emotività e capacità comunicative.

Un criterio culturale secondo cui sarebbero “ottusi”, privi della capacità di esprimersi, o meglio, mancanti di un sé che possa essere espresso. In seguito allo scalpore causato da questo libro, il governo inglese commissionò un lavoro a un gruppo di ricercatori, tra i cui membri vi era un veterinario. Da qui nacque il Brambel report.

Questo rapporto, oltre ad essere uno dei primi documenti ufficiali relativi al benessere animale, enunciò il principio delle cinque libertà degli animali al fine di garantire il loro benessere: 1) libertà dalla fame, sete e cattiva nutrizione; 2) libertà dai disagi ambientali; 3) libertà dalle malattie; 4) libertà di poter manifestare le caratteristiche comportamentali della specie cui si appartiene, 5) libertà dal timore, dalla paura dal disagio psicologico.

Apparentemente le cinque libertà possono sembrare molto evidenti e quasi scontate ma, anche nel caso degli animali da compagnia, si prestano a riflessioni che vanno tenute in considerazione dai proprietari e soprattutto dai noi veterinari. Le “cinque libertà” vanno considerate nel complesso delle esigenze e delle condizioni dell’animale alle quali sono riferite: non è possibile prevedere che la mancanza di una delle libertà sia compatibile con il rispetto del benessere.

Questa premessa ci permette di fare una profonda riflessione in merito ai cani che deteniamo nelle nostre case e porci la seguente domanda: garantiamo tutte le cinque libertà ai nostri animali? Mentre per le prime tre libertà non ci sono assolutamente dubbi e la mancanza di garanzia delle stesse rientra in modo facilmente identificabile in un maltrattamento animale, diventa, invece, molto più sottile accorgersi e identificare il rispetto delle ultime due libertà.

All’interno della specie canina, razze differenti hanno motivazioni diverse. Le motivazioni che spingono a un determinato comportamento sono un compromesso tra la pulsione originaria e la mediazione con la realtà. L’eccessiva antropomorfizzazione, ossia contaminare le intime caratteristiche fisiologiche e psichiche di un animale con quelle umane, la mancanza di conoscenza delle motivazioni di una certa razza, può pertanto compromettere la liberta di manifestare le caratteristiche comportamentali. Ecco perché cani di certe razze mal si adattano a vivere in certi contesti ambientali.

Ecco il motivo perché Konan, un Border Collie che vive gran parte della sua vita in casa con due signori anziani, ha iniziato a inseguirsi e mordersi la coda (tail chasing), frutto di un reale disturbo ossessivo compulsivo. Konan agisce in questo modo perché non ha la possibilità di esprimere le pulsioni originarie della razza alla quale appartiene, è l’impossibilità di trovare un compromesso tra le quattro mura domestiche e due proprietari anziani gli crea uno stato di ansia permanente.

Huges nel 1976 definì il benessere come uno stato di salute completo, sia fisico sia mentale, in cui l’animale è in armonia con il suo ambiente. Ansia, paura e frustrazione sono, invece, un insieme di emozioni negative che influenzano il benessere dei nostri animali e la relazione uomo-animale.

 

Marco Catellani

Biologo e Medico Veterinario 

Esperto in Comportamento animale

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